Tema: “Sacerdoti, annunciatori della Speranza"
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,4-7)
In quel tempo Gesù disse ai farisei e agli scribi questa parabola: “Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta". Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Dagli scritti di don Primo Mazzolari
DIETRO A TE
Tu ci precedi.
Dove? Dappertutto.
In Galilea e sul monte;
nel cenacolo e lungo la strada di Emmaus;
nel mare e nei deserti,
ovunque l’uomo pianta la sua tenda,
spezza il suo pane, costruisce le sue città,
piangendo e cantando, sospirando e imprecando.
Tu ci precedi.
Se alzandoci dalla tavola eucaristica
avremo l’animo disposto a seguirti ovunque,
ovunque ti vedremo, come tu hai detto.
1. QUO VADIS, DOMINE? … QUO VADIS, PRESBYTER?
La tradizione vuole che Pietro, al tempo della persecuzione di Nerone, si sia incamminato per fuggire da Roma, percorrendo l’Appia antica, fino al punto in cui incrociò Gesù, domandandogli: “Quo vadis, Domine?” ricevendo la risposta: “Vado a Roma, per essere crocifisso di nuovo”.
San Giovanni Paolo II più di una volta aveva citato il romanzo “Quo vadis?” scritto da un suo connazionale. All’inizio della Quaresima dell’Anno Santo Straordinario 1984, ai giovani riuniti alle catacombe, raccontò di quando era studente a Roma. Proviamo ad immaginare questo giovane sacerdote, che impara l’italiano, tra le lezioni all’Angelicum e lo studio in Collegio e forse, la domenica pomeriggio, con qualche compagno o da solo, gira per la Città eterna, sulle tracce del vero cristianesimo tra chiese, monumenti, strade, statue, senza essere pienamente soddisfatto.
Finché, un giorno, arriva sull’Appia antica, davanti ad una chiesetta; vi entra, vede il marmo a terra con le impronte che la tradizione-leggenda vuole fossero dei piedi del Signore, tradizione resa ancor più famosa in tutto il mondo dal romanzo polacco. E poi si avvia verso le catacombe e lì, finalmente, trova la Roma dei primi cristiani, come la troverà visitando le prime basiliche. Lì – secondo l’espressione che userà nel libro “Dono e Mistero” – “imparerà Roma” .
Essere a Roma in questo Giubileo del 2025 vuol dire anche per te ritornare alle radici, al Dono e al Mistero della tua vocazione. “Imparare Roma” significa per te reimparare ad amare, a dare la vita, ad essere il primo pellegrino di speranza.
Come Pietro, incrociando lo sguardo del Maestro, lascia che sia Gesù a farti la domanda: “Quo vadis? Dove vai, sacerdote? Il tuo cammino è verso il dono della tua Vita? Da Roma vuoi ripartire per continuare a donarti, pur con le difficoltà, le contraddizioni, le fragilità, il peccato, ma anche con tante risorse e infinite bellezze?”
Anche i sacerdoti hanno bisogno di speranza
Alla domanda: “Dove vai?” ti auguro di rispondere con rinnovato entusiasmo: “Vado dovunque andrai Tu, Signore”. Così sarai pellegrino di speranza.
Nel mondo c’è un grande deficit di speranza. Non possiamo nascondere il fatto che anche in noi possa venire meno questa mancanza. Ci sono le nostre stanchezze, le prove, le tentazioni di ogni tipo. C’è la ferita della mancanza di comunione tra confratelli, il rischio ricorrente del giudizio e dell’invidia.
Anche tu puoi essere stato attraversato a volte dalla tentazione del maligno che voleva rubarti la speranza, insinuando il pensiero di aver sbagliato strada, di non aver capito nulla, di non essere fatto per il sacerdozio, in particolare nel mondo di oggi.
È importante cogliere l’occasione del Giubileo per rimettere in ordine le priorità del ministero e ritrovare il volto bello della Chiesa madre. È importante fare memoria del tuo cammino, del momento in cui hai vissuto, come i due primi discepoli, l’Incontro delle quattro del pomeriggio che ti ha cambiato la vita. Dopo l’entusiasmo iniziale è seguito un discernimento, il tempo di formazione, le prime esperienze pastorali.
Hai sicuramente avuto alcuni sacerdoti come riferimento che ti sono stati testimoni, come il Battista, per cui oggi vuoi ringraziare: il tuo parroco, i sacerdoti giovani quando eravamo ragazzi, i nostri formatori, i direttori spirituali, e tanti altri sacerdoti che il Signore ha messo sul nostro cammino.
Riparti da loro, riparti dallo stupore del primo Incontro, riparti da Dio.
2. UN UOMO IN CAMMINO, CHE SI AFFATICA CON GESÙ E COME GESÙ SI RIPOSA
La solennità del SS. Cuore di Gesù ci offre quest’anno il vangelo del buon pastore, tratto dal capitolo 15 di Luca. C’è un pastore in cammino, in cerca dell’unica pecora smarrita. Quella pecora oggi sei tu, nei tuoi smarrimenti interiori, con le tue tentazioni ricorrenti, con le prove del tuo ministero. Sulle spalle di Gesù ti ritrovi di nuovo al sicuro. Lui è tutto contento, come lo sei tu.
Gesù, per amore, è “fuori di sé”. Se hai deciso di seguire Lui, anche la tua vita è “fuori di sé”, per darsi agli altri. Donarsi è il respiro della tua anima, anche se ci fa sperimentare tante fatiche. Oggi Gesù ti ricorda che, sei stanco e affaticato, il riposo vero lo puoi trovare solo in Lui, in comunione con il Padre e con i fratelli. Diffida di coloro che ti consigliano di riposarti pensando ad altro che non sia il ministero. È come se un padre di famiglia trovasse il riposo solo staccandosi da moglie e figli.
È l’esperienza dell’amore. Chi ama esce da sé, ha sete di donarsi perché l’amato possa essere felice. Questo comporta riconoscere le fatiche e capire che anche il riposo va vissuto con il Signore.
Papa Francesco, in un’omelia della messa crismale, parlò delle stanchezze del sacerdote, dicendo: “Per il Signore, come per noi, era spossante stare con la gente, ma era una stanchezza buona, una stanchezza piena di frutti e di gioia. La gente che lo seguiva, le famiglie che gli portavano i loro bambini perché li benedicesse, quelli che erano stati guariti, che venivano con i loro amici, i giovani che si entusiasmavano del Rabbì…, non gli lasciavano neanche il tempo per mangiare. Ma il Signore non si seccava di stare con la gente. Al contrario: sembrava che si ricaricasse”.
Infatti, come è scritto nella Evangelii gaudium: "Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale" (EG, 11). In realtà, ogni autentica azione evangelizzatrice è sempre “nuova” .
Vivere il Giubileo qui a Roma è cercare questo riposo nel Signore, nella sua Grazia, nel suo immenso perdono. Vuol dire anche guardarti intorno e vedere tanti altri sacerdoti del mondo a cui sei legato, anche se non li conosci. È molto bello un altro passaggio della Evangelii gaudium che dice: "A volte ci sembra di non aver ottenuto con i nostri sforzi alcun risultato, ma la missione non è un affare o un progetto aziendale, non è neppure un’organizzazione umanitaria, non è uno spettacolo per contare quanta gente vi ha partecipato grazie alla nostra propaganda; è qualcosa di molto più profondo, che sfugge ad ogni misura. Forse il Signore si avvale del nostro impegno per riversare benedizioni in un altro luogo del mondo dove non andremo mai. Lo Spirito Santo opera come vuole, quando vuole e dove vuole; noi ci spendiamo con dedizione ma senza pretendere di vedere risultati appariscenti. Sappiamo soltanto che il dono di noi stessi è necessario. ... Andiamo avanti, mettiamocela tutta, ma lasciamo che sia Lui a rendere fecondi i nostri sforzi come pare a Lui" (EG, 279) .
È vero, tante persone si ergono ancora come “nemici” della Chiesa, pronti sempre a puntare il dito sui mali commessi dai sacerdoti; ma c’è tanta gente che ti vuole bene, desidera e ha bisogno del suo pastore! L’umanità ti cerca, non ci lascia senza impegni, salvo che ti nascondi in un ufficio o giri per le strade con i vetri oscurati.
Anche se non hai un impegno pastorale in una comunità – per motivi di altri uffici, dell’età o della salute – c’è sempre qualcuno che ti cerca e che desidera il tuo ministero.
E tutto questo – ha detto sempre papa Francesco – produce una stanchezza buona, una stanchezza sana. È la stanchezza del sacerdote con l’odore delle pecore, ma con il sorriso di papà che contempla i suoi figli o i suoi nipotini.
3. NON PRESBITERI VAGABONDI, MA PELLEGRINI DI SPERANZA
Come Abramo un giorno sei uscito dalla tua terra (cfr. Gen 12,1), dalle sicurezze del mondo, dall’ “io”, per andare verso l’Alto e verso l’altro. Hai permesso che la tua vita, anche in virtù dell’obbedienza, fosse guidata da Lui, fidandoti e affidandoti. Se fossi un girovago, un vagabondo, anche nella dimensione spirituale, tornerai sempre stanco. Da pellegrino, sperimenterai una fatica bella. Diceva don Lorenzo Milani: “Finché si fatica, c’è speranza”.
Papa Francesco ha detto ai giovani: “Nella vita c’è una paralisi pericolosa e spesso difficile da identificare. È la paralisi che nasce quando si confonde la felicità con un divano… che ci aiuti a stare comodi, tranquilli, ben sicuri; come quelli che ci sono adesso, moderni, con massaggi per dormire inclusi, che ci garantiscano ore di tranquillità ... Un divano contro ogni tipo di dolore e timore, che ci faccia stare chiusi in casa senza affaticarci né preoccuparci” .
Purtroppo la tentazione del divano è sempre dietro l’angolo anche per i preti, giovani o meno giovani. Per questo l’occasione del Giubileo può risvegliare in te il gusto di rimetterti in marcia, di credere che nulla è finito, che ci sono ancora mondi e cuori da scoprire, perché solo camminando si apre cammino e a volte si percorrono con stupore sentieri inesplorati.
Il “lockdown” spirituale che ha colpito tante persone e anche tanti preti durante e dopo la pandemia, può essere superato solo riscaldando di nuovo il cuore con la passione per il vangelo che un giorno ti ha toccato e ti ha trasformato la vita.
I nostri percorsi sbagliati
Ognuno di noi, in vari momenti della vita, ha sperimentato momenti di dispersione.
Il sacerdote è uno che per primo è stato corretto nella vita. La storia di tanti di noi nasce da una correzione da parte di Dio, anche in una vita apparentemente bella, ricca di successo e di relazioni, ma vuota di gioia. Molti di noi siamo passati dalla falsa certezza di dove volevamo andare alla consapevolezza che è molto meglio essere guidati da Dio, come è successo ai due di Emmaus.
Anche tu avrai imparato, anche nei percorsi sbagliati, che Dio comunque è stato al tuo fianco. Se il sacerdote per primo si scopre "misericordiato", aiuterà maggiormente gli altri a riprendere la strada giusta.
Per questo è importante ritrovare il gusto della Parola di Dio, che è lampada ai miei passi. Prima ancora di commentarla alla gente, la Parola del giorno – e in particolare quella domenicale – è per te.
Se vuoi riaccendere i fari della speranza, in questa tappa della tua vita a Roma, riparti dalla Parola, ritrova il gusto della preghiera, recita i salmi della liturgia delle ore come fosse la prima volta. Dio ti attende ancora, non se n’è andato. È qui al tuo fianco.
Abbiamo bisogno di una guida, per ritornare ad essere guide sicure.
Ti sarà capitato di accompagnare i giovani ad un pellegrinaggio e tante volte sarai stato subissato dalle stesse domande: “Quanto manca? Quando mangiamo? Quando saremo liberi?”. I giovani non sono consapevoli che il pellegrinaggio potrà avere un finale diverso da ciò che aspettano. Hanno bisogno di angeli buoni che li accompagnino; e spesso questo angelo sei stato tu.
Nella storia di Tobia c’è un personaggio che è l’anima di tutto il racconto (cfr. Tb capp. 5 e 12): si tratta di Azaria, che si offre a Tobia come guida. È al suo fianco fin dall’inizio, nel cammino, nella prova, nella casa di Sara. È lui che fa trovare la medicina per scacciare il demone che perseguitava Sara e per guarire la cecità di Tobi. Azaria alla fine si fa riconoscere: è l’angelo Raffaele. Dio lo aveva mandato per guarire e accompagnare. Il viaggio stesso si è rivelato una medicina. Dio ha provveduto.
Tu, sacerdote, sei un po’ come l’angelo Raffaele, a patto che ogni giorno ti senta anche come Tobia. Solo se accompagnato, puoi accompagnare. E, nel viaggio di ritorno da Roma, rimettiti al fianco dell’umanità, in modo discreto, senza cercare riconoscimenti, per aiutare chi è in cammino a ritrovare la sorpresa di un Amore provvidente che va oltre le nostre attese.
Se sarai il primo a credere che questo pellegrinaggio giubilare possa avere un “finale diverso”, succederà che, tornato al quotidiano, vedrai gli altri cambiare, perché sarai cambiato tu.
4. ILLUMINATI DALL’EUCARISTIA E DAL PERDONO
Il mondo ha bisogno di sacerdoti che illuminano di speranza. Chi ha incontrato Cristo, sa che solo Lui è la salvezza per chi la cerca.
Anche tu hai bisogno di riscoprire un appuntamento quotidiano che ti rimette in marcia: l’Eucaristia. La messa è un pellegrinaggio quotidiano. Se celebri la messa sul serio, ogni giorno porterai a Dio la vita così com’è per ripartire da Lui.
Giovanni Paolo II scriveva: “Dal 2 novembre 1946 in cui celebrai la mia prima Messa …, i miei occhi si sono raccolti sull'ostia e sul calice in cui il tempo e lo spazio si sono in qualche modo «contratti» …. Ogni giorno la mia fede ha potuto riconoscere nel pane e nel vino consacrati il divino Viandante che un giorno si mise a fianco dei due discepoli di Emmaus per aprire loro gli occhi alla luce e il cuore alla speranza” .
Se il sacerdote vive ogni giorno la Messa, non come un impegno tra gli impegni, ma come culmine e fonte della vita sacerdotale, tutto può ripartire da lì.
Nell’Eucaristia ritrovi i fratelli e le sorelle presenti e preghi per i figli di Dio ovunque dispersi. Nell’Eucaristia rinnovi la speranza di avere il pane del cammino che ti anticipa la meta del Cielo.
In alcune vecchie sacrestie ritroviamo quelle frasi che recitano: “Celebra questa messa come se fosse la prima messa, l’ultima messa, l’unica messa della tua vita”.
Ti auguro allora che il Giubileo possa essere soprattutto per te un’occasione per rimettere al centro l’Eucaristia come segno di speranza per il mondo.
Insieme all’Eucaristia non possiamo non parlare della speranza immensa che viene donata attraverso il sacramento della Penitenza. Quante volte è successo – e quante volte succederà – che tu hai riacceso la speranza nel cuore delle persone con una confessione e il perdono. Ora chiedo a te (e a me): come ti confessi? Quanto ti confessi? Da quanto tempo non vivi una confessione sentita, preparata, completa?
Forse il Signore ti attendeva proprio qui, nel contesto intimo di una confessione, forse con il dono delle lacrime, perché tu possa sperimentare come uomo il giubilo di un cuore totalmente purificato dal perdono.
Sì, Dio ti attende così come sei, con i tuoi doni e le tue bellezze, ma anche con ciò che di sporco e di cattivo può essere nel cuore.
Charles Péguy, ne “Il portico del mistero della seconda virtù”, scrive che:
“La Speranza non può creare fonti pure con acqua pura,
perché non ne troverebbe abbastanza nella creazione,
perché di acqua pura non ce n’è molta.
Ma è con le acque cattive che lei fa le sue fonti di acqua pura.
Ed è per questo che non ne manca mai,
ma è anche per questo che lei è la Speranza”.
Il poeta mette in bocca a Dio queste parole:
“Come fa (la Speranza) a far dell’acqua pura con acqua cattiva,
dell’acqua giovane con acqua vecchia, giorni giovani con vecchi giorni,
delle anime sorgenti con anime calanti,
delle anime correnti con delle anime stagnanti? Come riesce, come fa…
questo è il mio segreto. Perché io sono suo Padre” .
Ecco, sei chiamato a riscoprire questo segreto, in virtù della tua umanità debole e allo stesso tempo redenta, consapevole delle tue mani consacrate eppure così umane, fragili, mani di peccatore.
Proteso tra Dio e l’uomo, portando un tesoro in vasi di creta (cfr 2 Cor 4,7), tu qui e ora sei pellegrino e testimone di Speranza, di quella Speranza che è gettare il grano sulla terra e vedere già le spighe; è accettare di morire vedendo già la Resurrezione; è non vedere Dio e intanto intravederlo nelle pieghe del quotidiano.
La Speranza è camminare con Mosè, che procedeva come se vedesse l’invisibile (cfr. Eb 11,27), perché è un Invisibile, un Inconoscibile che noi percepiamo nella grazia che ci è stata data con il Sacramento dell’Ordine Sacro.
Dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri
Permettimi però un’ultima osservazione. Ricordati che, se cerchi la riconciliazione con Dio, sei chiamato anche a riconciliarti con i fratelli, ad iniziare dai tuoi confratelli.
Quanto è triste sentire, dalla bocca di un sacerdote: “Io quel confratello non lo perdonerò mai, con me ha chiuso”. Siamo chiamati ad evangelizzare la misericordia di Dio e siamo a volte i primi che non riusciamo a perdonarci fra noi. E allora, nel segreto del cuore, prova a fare l’elenco di quei due o tre confratelli (se non di più) con cui ci sono stati dei problemi. Chiedi al Signore di poter fare un passo in più verso di loro, per essere insieme testimonianza di pace e di riconciliazione in un modo lacerato da lotte e discordie.
Coltiva la fraternità sacerdotale, ricordando che la tua vocazione è sempre una con-vocazione. I sacerdoti che il Signore ti ha messo accanto nella tua vita, nella tua comunità, nella tua diocesi, sono i fratelli che ti aiuteranno, così come sono, a salvarti.
Riparti da Roma con questo desiderio di fraternità.
PER CONCLUDERE
Papa Francesco ha scritto: “Dobbiamo tenere accesa la fiaccola della speranza che ci è stata donata, e fare di tutto perché ognuno riacquisti la forza e la certezza di guardare al futuro con animo aperto e cuore fiducioso. Il Giubileo potrà favorire molto la ricomposizione di un clima di speranza e di fiducia, come segno di una rinnovata rinascita di cui tutti sentiamo l’urgenza” .
La fiaccola della Speranza rimane accesa nell’incontro con Cristo risorto, che ti mostra le sue ferite e, attraverso di esse, illumina le tue. Se Gesù ha continuato a fidarsi dei suoi discepoli che lo avevano abbandonato, rinnegato, deluso, perché non dovrebbe ancora fidarsi di te?
Ha detto papa Leone in occasione dell’ordinazione presbiterale dei diaconi della diocesi di Roma: “Egli soffia anche oggi su di noi (cfr Gv 20,22) e ci rende ministri di speranza. «Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana» (2 Cor 5,16): tutto ciò che ai nostri occhi si presenta infranto e perduto ci appare ora nel segno della riconciliazione. L’amore del Cristo infatti ci possiede. È un possesso che libera e che ci abilita a non possedere nessuno. ... Siamo di Dio: non c’è ricchezza più grande da apprezzare e da partecipare. È l’unica ricchezza che, condivisa, si moltiplica. La vogliamo insieme portare nel mondo che Dio ha tanto amato da dare il suo unico Figlio (cfr Gv 3,16)” .
Per vivere tutto questo abbiamo un punto fermo: la Vergine Maria che, come scriveva Dante, è “di speranza fontana vivace” .
Alla domanda: “Dove vai? Quo vadis?”, Maria ti aiuterà a rispondere, lei che in fretta si è messa in cammino dopo aver detto il suo “eccomi”.
“Rimani per tutta la tua vita presso la Madre. Sotto il suo mantello, starai sicuro, perché allora ti troverai all’ombra di Cristo, nella luce della Resurrezione. Amen” .