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FESTA DI SANT'AGNESE

Cappella dell'Almo Collegio Capranica, 21 gennaio 2026

FESTA DI SANT'AGNESE

Carissimi fratelli e sorelle,

                                             è bello per me essere qui nel giorno in cui questo Almo Collegio celebra la sua patrona, sant’Agnese, vergine e martire. Secondo la tradizione, il Capranica sorge proprio sul luogo dove era l’abitazione di questa giovane santa, ed è dunque un luogo benedetto dalla vita di questa martire che ha offerto tutta sé stessa per la fede nel Signore Gesù Cristo. Un luogo benedetto in cui avete la grazia di formarvi per divenire sempre di più e sempre meglio pienamente conformi alla vocazione sacerdotale di cui avete ricevuto il dono.

Mi piace dunque riflettere ancora con voi, perché sono sicuro che lo avrete già fatto molte altre volte, su quanto Agnese ha da dirci ancora oggi con la sua testimonianza. Vorrei soffermarmi brevemente con voi su tre punti: la verginità cui siamo chiamati come sacerdoti, il martirio cui il sacerdozio ci conduce, la sfida del femminile al sacerdozio ministeriale.

Anzitutto la VERGINITÀ. Un valore bistrattato nella nostra società, decisamente fuori moda, che potrebbe far vedere a molti la stessa Agnese come un’immaginetta bigotta.

Ma Agnese ci ricorda con la sua verginità offerta al Signore che anche la nostra chiamata al sacerdozio è una chiamata a vivere verginalmente, cioè con un cuore tutto sposato a Cristo, unito a Lui con amore indiviso. La verginità è un atto sacerdotale che consegna il corpo a Dio come luogo di culto, trasformando la nostra vita quotidiana in sacrificio. In questo senso, la verginità è un altare: è il nostro quotidiano deporre nel cuore di Cristo la nostra capacità di amare, di generare, di appartenere, consegnandola a Lui in un fiducioso abbandono. Verginità è dire: “Signore, tu sei degno di tutto il mio amore”. E lo può dire solo chi si è sentito intimamente e profondamente avvolto dall’amore di Cristo, raggiunto e saziato dalla dolcezza di Lui nel cuore, toccato nel fondo dell’anima dal desiderio ardente che Gesù ha di noi, ha di me. Lo sa per grazia solo chi ha accolto il dono che il Padre ha fatto del Figlio donandoci “ogni cosa insieme con Lui”, come ci ricorda san Paolo. La verginità è la memoria dolce dello Sposo che ci ha cercato e ci ha trovato ed effonde liberamente in noi il Suo Amore. Non si può essere sacerdoti per mestiere, tantomeno per carriera o per dovere, lo si può essere solo per amore. Ogni sacerdote, se non si lascia accarezzare nel seno di Cristo, come Lui è stato accarezzato nel seno del Padre verso cui è sempre rivolto, si riduce a un mestierante.

Agnese ricorda a noi sacerdoti qualcosa di essenziale: che il ministero non è possesso, non è ruolo sociale, ma è un’appartenenza sponsale. Agnese, con la sua giovinezza e la sua determinazione, smaschera ogni tentazione di vivere il sacerdozio come funzione invece che come consegna totale.

Lei è l’agnella che segue l’Unico vero Agnello, come recita l’antifona: Ecce iam séquitur Agnum pro nobis crucifíxum strénua virgo, pudóris hóstia, víctima castitátis. Agnese vive la verginità come un “sì” che la prepara al sacrificio finale. Come per lei, così per noi. È l’amore quotidiano, nutrito di relazione intima, amicale, nuziale, nel silenzio e nella preghiera profonda e silenziosa che ci prepara finanche al martirio. È l’amore verginale, cioè puro, integro, non mescolato con altri interessi, intenzioni, propositi, che ci rende “ostia” con Lui e in Lui.

Il MARTIRIO non è altro che la liturgia suprema della verginità, per Agnese e per ciascuno di noi: ciò che aveva offerto interiormente, ora lo offre nel corpo. Chi vive per Cristo è pronto a morire per Lui. E ci sono molte morti che un sacerdote è chiamato a vivere, le morti feriali, le “punture di spillo” di cui ci parla la piccola grande santa di Lisieux quelle che, come dice lei, ci fanno “dei buchetti da tutte le parti” e che spesso “fanno soffrire più che se non ne avessimo uno solo grande”. Ogni cristiano ha da vivere la sua parte di martirio, ma il sacerdote, che è chiamato in modo specifico ad una particolare conformità al Mistero della redenzione, una conformità oserei dire “ontologica” e non solo ministeriale, è chiamato ad entrare più profondamente in questo Mistero di oblazione del Cristo. Il martirio del sacerdote non è sempre fatto di sangue, ma è sempre fatto di dono. È un martirio lento, nascosto, spesso silenzioso e invisibile: quello di una fedeltà senza riserve. Ma è un martirio gioioso, perché ha la forma dell’amore. Agnese è martire nel corpo. Il suo corpo è stato minacciato, violato, esposto, e proprio lì si è manifestata la sua fedeltà. A un sacerdote, questo può dire qualcosa di scomodo ma necessario: il sacro non è mai disincarnato. Non si celebra l’Eucaristia senza portare nel cuore e nella carne le ferite del mondo.

L’inno a sant’Agnese recita “Stans beata Agnes in medio flammae, expansis manibus orabat ad Dominum: omnipotens, adorande, colende, tremende, benedico te, et glorifico nomen tuum in aeternum”. Agnese, tra le fiamme, è in un atteggiamento sacerdotale, con le mami aperte prega il Signore e lo adora, lo glorifica. È così che dà la sua testimonianza (martyria appunto): rimanendo in un atteggiamento di intercessione orante. Credo che anche noi sacerdoti dovremmo riscoprire sempre di più l’importanza di questa intercessione, che abbiamo promesso o che prometteremo nel momento della nostra ordinazione.

Infine, mi pare importante riflettere su Agnese come immagine di un FEMMINILE ecclesiale che interroga la nostra vita sacerdotale.  Agnese non ha alcun ruolo istituzionale. Non predica, non presiede, non governa. Eppure, la sua parola, muta, incarnata, è più autorevole di mille discorsi. Questo ci ricorda che l’autorità spirituale non coincide con l’autorità istituzionale, che la santità precede la struttura, che la credibilità nasce dalla vita, non dal titolo, che il vero potere è quello che viene dall’offerta di se stessi per amore. Agnese incarna ciò di cui il femminile è memoria nella Chiesa. Forse Agnese ci ricorda che bisogna rendere più femminile, più mariano, il sacerdozio coltivando la capacità di accogliere, di ascoltare, di custodire, di generare vita, lasciando che il nostro ministero sia fecondo non per ciò che costruiamo, ma per ciò che lasciamo nascere. Mi piace qui citare un’espressione di Adrienne von Speyr: “La Chiesa è femminile, perché è risposta. La donna è colei che risponde a Dio con tutta se stessa. E nel suo sì, è più vicina alla fede della Chiesa di quanto non sia l’uomo”. Lasciamoci dunque interpellare da questa santità femminile anche nella nostra vita sacerdotale.

Che Agnese ci ricordi di vivere la nostra vita da “consegnati” senza mai perdere il volto dell’Amato. Che anche noi possiamo ripetere con lei, in quella sua stessa fiamma d’amore, quando sarà il nostro momento: “ti prego, Signore, che Tu mi lassi a Te venire, imperò che quello che io credo io el veggo, e quello nel quale io spero già el tengo, e quello che desideravo l’ho abbracciato” (Dalla Passione di sant’Agnese).